Referendum del 17 aprile: cosa si vota, quali ragioni per il sì e per il no

26 Marzo 2016

Il 17 Aprile si terrà in Italia il referendum promosso da nove consigli regionali e appoggiato da varie associazioni ambientaliste. Il referendum conterrà un solo quesito referendario, che sarà:

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”

Perchè il referendum sia valido deve andare a votare il 50%+1 degli aventi diritto. Se vinceranno il no o l’astensione, tutto resterà invariato. In caso di vittoria del si, sarà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente (che prevede che le trivellazioni possono continuare finchè il giacimento è economicamente sfruttabile, a discrezione di chi estrae). La conseguenza per i giacimenti interessati sarà che la concessione non potrà essere rinnovata (anche se c’è ancora gas o petrolio) quando scadranno i contratti. Oggi la legge prevede che la prima concessione sia di 30 anni, la seconda di 10 e le successive di 5. Se dovesse vincere il si, i giacimenti interessati dovranno quindi chiudere con tempistiche diverse (a seconda della data della prima concessione) tra i 5 e i 10 anni.

Il quesito riguarda solo i giacimenti situati entro le 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri) e non riguarda i giacimenti in terra. Il quesito è l’unico rimasto in piedi di 6 originari quesiti referendari.  Dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Sardegna, Marche, Puglia, Campania, Molise, Veneto, Calabria e Liguria) avevano promosso sei quesiti referendari riguardanti la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi (l’Abruzzo si è ritirato successivamente). La cassazione ha esaminato i quesiti l’8 Gennaio dichiarandone ammissibile solo uno, perchè gli altri sono stati recepiti dalla legge di stabilità.

Chiaramente le regioni contestano allo stato di aver legiferato su una materia che è di competenza delle regioni e hanno fatto ricorso (presentando un conflitto di attribuzione), che è stato bocciato il 9 Marzo.

Le ragioni di chi è a favore del si:

Secondo i vari comitati NO-TRIV il referendum ha per prima cosa un valore politico. Si vuole dare il segnale in Europa di dire “basta alle energie fossili” per iniziare a produrre l’energia tramite le rinnovabili (e incentivare le auto elettriche). Le associazioni ambientaliste temono inoltre che in italia si verifichino disastri ambientali come quello del golfo del Messico dell’Estate del 2010, in cui quasi 800 milioni di litri di greggio furono liberati in mare a seguito dell’esplosione di una piattaforma. Alcuni comitati inoltre affermano che la vista delle piattaforme offshore danneggia il turismo.
Greenpeace ha inoltre pubblicato uno studio dell’ISPRA (dal titolo: Trivelle Fuorilegge, a cui è seguita la risposta di ottimisti e razionali) su come alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia, abbiano superato -seppur di poco- i limiti di legge stabiliti per gli agenti inquinanti. Su questo punto è importante osservare che nè greenpeace nè ottimisti e razionali hanno pubblicato i dati originali ma solo le loro opinioni su di essi.

Le ragioni di chi è a favore del NO:
Il comitato per il No è quello di Ottimisti e Razionali, presieduto da Gianfranco Borghini. Il comitato argomenta che, continuando con l’estrazione, l’Italia non deve importare ulteriormente petrolio dall’estero (il paese soddisfa attualmente solo il 10% del fabbisogno di gas e greggio), che risulta in un minor transito di petroliere nei nostri mari. Inoltre una vittoria del si, causerebbe un crollo dell’occupazione per la perdita di posti di lavoro nei prossimi 10 anni nelle piattaforme interessate (solo in provincia di Ravenna 7000 persone). Il comitato critica infine lo strumento del referendum, per loro sbagliato per un quesito del genere, e ritenuto più un pretesto di alcune regioni di rivendicare la propria autonomia. Il comitato afferma infine che disastri come quello del Golfo del Messico non si possono verificare.

74 Comments

  • Gian Cosimo 29 Marzo 2016 at 21:47

    Un intervento ben argomentato che mi sembra chiarisca bene la materia del contendere. Solo qualche osservazione: La cifra di 7000 addetti solo nella provincia di Ravenna mi sembra molto alta, è un dato certo? Se dopo la seconda non c’erano limiti alle proroghe di concessione ogni 5 anni che bisogno c’era di sancire il diritto di estrazione ad libitum? Sull’asserzione che disastri come quello del Golfo del Messico non possano ripetersi in Italia voglio ricordare che dopo Černobyl’ si affermò che negli altri paesi non sarebbe stato possibile un disastro simile, ma Fukushima docet.

  • Franco Donatini 1 Aprile 2016 at 17:08

    Noto con piacere un intensificarsi, sul sito EEEnergia, del dibattito, sul referendum del prossimo 17 aprile sull’abrogazione della proroga dell’estrazione di petrolio dai giacimenti marini entro le 12 miglia fino a fine vita. Un po’ sorpreso, considerando la portata piuttosto limitata di questo referendum, ma certamente compiaciuto per la vitalità e la partecipazione della nostra associazione.

    Il pacato articolo di Emilio Mariotti, sulle ragioni del sì e del no, mi stimola alcune considerazioni.
    Per quanto riguarda il sì, la motivazione che questa scelta contribuirebbe a spingere il paese verso l’utilizzo delle fonti rinnovabili, è assolutamente fuori dal contesto, mentre ha una certa fondatezza la considerazione che l’impatto visivo delle piattaforme possa determinare una penalizzazione del turismo. I rischi ambientali sono invece piuttosto limitati. Si tratta spesso di estrazione di gas, meno critica rispetto all’olio. Inoltre il problema del fracking non è applicabile all’Italia che, al contrario di altri paesi, ha disposto con una risoluzione della Commissione Ambiente della Camera di non utilizzare questa tecnica, per precauzione, in attesa di verificare le conseguenze ambientali di questa modalità estrattiva.

    Per quanto riguarda il no, la motivazione che il proseguimento dell’estrazione nazionale riduca l’importazione di idrocarburi, è vera ma di impatto limitato, trattandosi di quantità poco rilevanti, inferiori al 10%. E’ comunque una riduzione di esborso verso paesi produttori, spesso sostenitori del terrorismo e allo stesso tempo della circolazione di petroliere con relativo rischio di incidente. E’ invece un buon motivo la possibile perdita occupazionale di alcune migliaia di lavoratori del settore, che ha spinto una parte significativa della sinistra e del sindacato a schierarsi sulla posizione del no.

    Relativamente all’idea di interrompere l’estrazione e lasciare le risorse come eredità alle generazioni future, non vedo tecnicamente la fattibilità. Chi come me ha operato in ambito industriale sa bene quanto sia costoso e impraticabile mantenere in stato di conservazione impianti estrattivi così complessi, in attesa di riprendere l’esercizio, quando necessario. Inoltre si avrebbero ancora i fantasmi delle piattaforme a levitare per anni sulla superficie marina con il relativo impatto visivo che mi sembra di fatto il vero motivo per cui le regioni interessate hanno promosso il referendum, con il tipico spirito localistico “non nel mio cortile”.

    Sulla vocazione ambientalista dell’Italia, che come sapete a me sta particolarmente a cuore, in relazione alle mie posizioni personali e professionali, voglio solo dare due dati per evitare continuamente di piangerci addosso. L’Italia produce oltre il 40% dell’elettricità da fonti rinnovabili ed ha raggiunto con 5 anni di anticipo l’obiettivo europeo del pacchetto 20-20-20, di dipendenza dei consumi energetici complessivi, per oltre il 20% da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda in particolare il consumo di petrolio, da 1,79 milioni di barili al giorno del 2005, siamo passati a 1,21 del 2014, con una riduzione di oltre il 30%.
    Vogliamo fare di più, ma la legislazione di questi anni, in particolare i decreti del luglio 2012 e successivi hanno consentito nel nostro paese la più significativa riduzione a livello mondiale della dipendenza energetica dal fossile.

    Sul superamento della dipendenza dalle fonti fossili, dobbiamo impegnarci, ma non è assolutamente questa la ragione del contendere del referendum. Non credo che sia efficacie e nemmeno corretto votare una cosa per dirne un’altra come spesso accade in questi referendum abrogativi.
    Anche per questo, oltre che per le diverse opinioni presenti, la nostra associazione non ha cercato di definire una posizione comune, ed ha favorito il più ampio e articolato dibattito.

    Credo invece, o almeno lo spero, che nel caso che a livello governativo si verificassero in futuro sostanziali segnali di inversione di questa tendenza di sostegno al rinnovabile e al miglioramento dell’efficienza energetica, riconfermata anche quest’anno nel DPEF, la nostra associazione sarà in prima linea nel difendere queste conquiste, come lo è stata nello scorso anno quando ha preso duramente posizione contro la moratoria dell’esplorazione delle risorse geotermiche, introdotta dalla Regione Toscana.

    Franco Donatini
    Presidente EEEnergia

  • Gian Cosimo 25 Aprile 2016 at 12:54

    Ora che il referendum è passato e che si può rafionare a mente un po’ più fredda, mi ricollego all’ultima frase dell’intervento di Mariotti dove il comitato per il NO diceva “[…] che disastri come quello del Golfo del Messico non si possono verificare.” Purtroppo l’incidente della Val Polcevera è lì a dimostrare almeno due fatti: Primo che le affermazioni apodittiche lasciano il tempo che trovano da qualunque parte siano pronunciate. Secondo che eliminare i controlli e gli obblighi in materie delicate come questa più che sbloccare l’Italia aumenta i rischi di disastro; basta guardare il tubo causa dell’incidente (http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/04/25/ASIgn4UC-fegino_dissequestro_allungano.shtml) per capire che lì la manutenzione e le verifiche dovevano essere un opzione alla quale non si ricorreva molto frequentemente.
    Della serie: Cassandra era una rompicoglioni, ma aveva visto giusto…

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